CITAZIONI

Scrivere non vuol dire solo aspirare alla fama. Amare la lettura, quello sì. E ancora scovare il talento negli altri, premiare il sacrificio, gioire agli eventi, confrontarsi con il pubblico, amare il proprio lavoro anche quando non porta in bella vista il tuo nome. Io potrei – che non è sinonimo di riuscirci – smettere di scrivere adesso, ma non sarei mai capace di distogliere gli occhi dallo scintillante riverbero della fantasia.

Il fantasy è un genere narrativo che affonda le sue radici nell’epica classica, nelle canzoni di gesta dei poeti francesi, nel ciclo arturiano e nella mitologia. Contiene elementi avventurosi e fantasiosi, e negli anni ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nella letteratura per adulti. Il confine del fantasy non è mai troppo definito, così si è mescolato in più di un’occasione non solo con la storia e il mito, ma anche con i canoni del romanticismo ottocentesco, con il fantascientifico e il misterioso. Gli scrittori più importanti che ne hanno definito la struttura nel ventesimo secolo sono stati H.P. Lovecraft, Robert E. Howard, J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis. In Italia un autore che ha creduto nell’importanza del linguaggio fantastico è stato senz’altro Italo Calvino. Oggi il fantasy è in continua evoluzione e, per la gioia dei critici, può essere catalogato in oltre trenta sottogeneri. I più importanti, a mio avviso, sono quelli che si diramano verso la narrativa storico-avventurosa e quelli che invece ripiegano verso la contemporaneità, coinvolgendo le città reali e le tematiche del mondo di oggi.

Quando non è possibile viaggiare per il mondo, la mente vola con la fantasia e le dita sulla tastiera la rincorrono.

Scrivere vuol dire affrontare gli abissi della parola senza mai perdere la rotta. E confidare in noi stessi, perché l’immaginazione è la sola bussola che possediamo.

Rispeditemi nella Gerusalemme delle crociate, nella Roma imperiale, su un drakkar, a Sparta, nella steppa con l’ambizioso Temujin. Datemi una spada e lasciatemi là, in pasto agli eoni del tempo. Quando i personaggi dei libri erano realtà.

Maelström

Secondo alcuni, le macine erano state trovate nell’aldilà e trascinate nei tempi antichi fino alle spiagge danesi da un vento stregato. Altri sostenevano che fossero state scolpite direttamente dalla lava del monte Hekla, il cancello settentrionale dell’oltretomba. Non mi è mai importato granché della loro origine. Che gli dèi non si offendano per quanto sostengo, ma tutto, qui a Midgard, sembra legato alla loro progenie o ai giganti: gli eterni nemici che, si racconta, combatteranno contro di loro su questa nostra terra con la venuta del Ragnarok, la fine del mondo.

Così radunai i soldati dai campi aridi e ordinai ai marinai di abbandonare le reti vuote; li preparai alla battaglia e partimmo. Esaltati dall’impresa che si accingevano a trasformare in leggenda, i vichinghi cantavano. Mani che avevano impugnato solo l’aratro o la barra del timone adesso non vedevano l’ora di brandire l’acciaio della spada, della lancia e dell’ascia.

Un cuore per abisso

Le dita del Bluadawulf si strinsero attorno al calice, mentre le labbra si arcuavano all’ingiù sotto i baffi. “Negromanti” scandì. “Sono poche le cose che contano nella vita: donne, birra, soldi, una spada. Ma farmi scagliare un fulmine nel culo da un mago e fuggire da cadaveri di vecchie attizzate non rientra nelle mie prospettive, no.”

Il volere di Dio, la mano del Diavolo

Tre palmi d’acciaio esplorano il petto del saraceno in profondità. Il giustiziere s’inarca, il ferro viene estratto con forza e un ventaglio di sangue vola ad affrescare il terreno, rivelando il disegno del futuro Sacro Romano Impero. Evangelizzazione, potere e obbedienza. Il disegno di Dio.

Il dignitario li tempesta di colpi, ridendo nel prendere atto dei danni che è in grado di infliggere. Sembra che la mano di Dio abbia posato le dita sulle spalle del suo giustiziere. Ma forse non è sua quella voce che lo sprona ad affondare la spada in nome della fede.

La Via dell’Acciaio

Aradras conosceva quello stile: il re suo padre lo aveva addestrato migliaia di volte all’arte della spada, fino all’ultimo temerario scontro nelle steppe del nord. Là, dove il vento sapeva ancora di erba e pioggia e non di morte; dove il canto dell’acciaio sapeva di gloria e non di sangue; dove, almeno per una volta, avrebbe tanto voluto che il tempo si cristallizzasse per sentirsi dire da quell’ostinato guerriero dal cuore di ghiaccio e lo sguardo di fuoco: “Ti voglio bene, figlio mio”.

Da quando l’esercito dell’Hexenmaister aveva raggiunto i margini del Primo Regno la città sembrava avere assunto i toni dell’acciaio, in tinta con il suo ego insensibile. Un covo di soldati: ecco cos’era. Forgiato soltanto per essi fino al giorno in cui non sarebbe rimasto nient’altro che un cimitero di spade e di ossa spezzate.

Era un uomo dal fisico poderoso. L’elsa di una spada bastarda gli affiorava di traverso da sopra la spalla. Indossava una corazza malconcia, deformata dai colpi ricevuti in battaglia e corrosa dalle intemperie. Sopra il cuoio degli abiti, una cotta di maglia intrisa d’acqua appesantiva i suoi passi. L’elmo occultava il suo volto, anche se dalle feritoie affilate emergevano due iridi intense e nostalgiche. Occhi che conoscevano la tristezza.

La verità brucia

L’istinto dell’assassino lo spinse a cambiare la presa del coltello: posizione a lama riversa, filo rivolto all’esterno, pollice posto sulla sommità del manico. Era la presa dei professionisti. Se doveva morire, avrebbe venduto cara la pelle.

Ivory & Blood

Un tempo era un cacciatore di draghi. Prima di opporsi alle bramosie di una Chiesa tirannica. Prima di apprendere la micidiale arte dei Bluadawulf, i Lupi di sangue. Prima che l’incubo avesse inizio. (Il teschio del demone)

Dalla parte della vendetta

Chi li scrutava non si fece impaurire. Era un metro e novanta di spietato furore barbarico, immune alla morte e al dolore, al perdono e all’amore. Una lama d’acciaio inflessibile, arroventata dalle fiamme dell’odio di mille battaglie.

La lama passò da una trachea all’altra con la stessa disinvoltura di una puttana in mezzo a un esercito di soldati voraci: giusto il tempo di saziare la propria indole e si offriva subito al corpo seguente in un valzer d’acciaio e di sangue.

Dio era un pittore beffardo. Dall’alto, con sprazzi purpurei, dipingeva visioni di un quadro omicida, affreschi di sangue e di tenebra raffiguranti il sentiero della verità e del dolore.

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